I signori Harada

9 agosto, 2008 alle 0:02 | Pubblicato su Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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Mi stanno proprio simpatici, tutti e due. Lui parla un tipico inglese di Tōkyō, quasi del tutto privo di forme verbali coniugate. Lei sorride con occhietti piccolissimi e si adatta docilmente ai saliscendi del mio incerto giapponese. Non ci fanno mancare nulla. Insistono pervicacemente per offrirci qualsiasi cosa. A pranzo la signora ci ha preparato il sōmen (un’altra novità: spaghettini sottili serviti in una ciotola di ghiaccio, da intingere nell’immancabile salsa di soia mescolata a wasabi). A cena invece ci hanno portato al ristorante cinese (dove io ho mangiato più di tutti, in modo quasi plateale). Dopo cena, abbiamo seguito assieme il riassunto televisivo delle gare olimpiche di jūdō, commentando tanti piccoli dettagli banali con abbondanza di sorrisi reciproci (come succede sempre quando si parla con uno straniero in una lingua che non è la propria). 

Alle nove il povero signor Harada era stanco morto (ha guidato tutto il pomeriggio) e si è addormentato sul divano. Sembrava un bambino. Si è svegliato solo per pochi istanti e ha esclamato: nemutaku natte kichatta yo, cavolo, mi è venuto sonno. Poi si è addormentato di nuovo.

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