Il tetto di Tōkyō

12 agosto, 2008 alle 0:01 | Pubblicato su Narrazione, Pensieri | 2 commenti
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Tōkyō è organizzata come un immenso bentō. Avete presente quelle casseruole con tanti scomparti che usano i giapponesi per portarsi appresso il pranzo preparato a casa? Ecco. C’è un posto per tutto, e tutto è compattato alla perfezione. Shinjuku ovest è il quartiere della politica e degli affari. Shinjuku est è la patria dello shopping. Nel parco di Ueno c’è lo zoo e tutti i musei più importanti. Ad Akihabara trovi ogni possibile elettrodomestico, dalle aspirapolveri ai traduttori elettronici multilingue. E via discorrendo.

Sono proprio questi i posti che abbiamo visitato oggi io e Carlotta. A scortarci c’erano due scagnozzi di Yoda-san (tali Ojima-san e Tsunokami-san), molto professionali e gentili, che ci hanno condotto attraverso le mille sale del Museo di Scienze Naturali con infinita pazienza e hanno perfino acconsentito a lasciarci soli per un’oretta a perlustrare i depāto (department store) di Akihabara*. Come se non bastasse, ci hanno portato all’Hard Rock Cafe e in due ristoranti favolosi, uno al cinquantesimo piano del Sumitomo building, l’altro al trentanovesimo del World Trade Center. (Sì, c’è anche a Tōkyō.)

Per tre volte abbiamo ammirato la città dall’alto (in mattinata eravamo stati anche sull’observation deck del Tōkyō-tō-chō, il palazzo del governo municipale). È sempre emozionante. A volte, guardandola così a volo d’uccello, mi sembra incredibile che Tōkyō possa essere davvero un’opera umana. E per di più, un’opera recente, ricostruita per intero negli ultimi sessant’anni, dalla fine della guerra a oggi. 

Secondo me, a guardare Tōkyō dal cielo, anche Dio spalanca la bocca. 

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* Questi depāto sono autentiche cattedrali kitsch della religione elettronica, completamente impacchettate da cartelloni in stile manga e ripiene di tutte le possibili meraviglie tecnologiche. Per la strada, lolite dark con gambe nude, pizzi, crinoline e zatteroni da dieci centimetri distribuiscono i volantini dei vari negozi. Dovunque, casino a non finire. Una delle immagini più evidente di quello che per i buddhisti è il vortice del samsara.  

Italian restaurant

11 agosto, 2008 alle 0:02 | Pubblicato su Esperienze, Pensieri | Lascia un commento
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Ahimé, l’ho fatto. Sono andato a mangiare in un ristorante italiano. Non avevo molta scelta, in verità: Sasage-san mi ha messo di fronte al fatto compiuto. Aveva invitato anche la figlia e il genero, in quello che dev’essere uno dei migliori ristoranti della zona (il proprietario è Kanō-san, quello che mi ha aiutato a scegliere il kimono). Continue Reading Italian restaurant…

Sasage-san

11 agosto, 2008 alle 0:01 | Pubblicato su Pensieri | Lascia un commento
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La mia cara host-mother in passato dev’essere stata una persona importante, nel suo. Oggi mi ha dato un fascicoletto di otto pagine illustrate col suo curriculum professionale; è scritto in un giapponese un po’ difficilotto, ma si capisce che non è una qualunque. Ho lavorato molto, mi ha detto semplicemente, con quell’umiltà che è propria di tutti i giapponesi quando parlano di sé stessi, e che è prescritta in primo luogo dalla grammatica. 

Povera Sasage-san… oggi mi ha detto che è malata, e non sembra che sia una cosa da nulla. L’ha detto con un tono distaccato, come se stesse parlando delle previsioni del tempo di domani. Io avrei voluto poterle rispondere molto di più di quello che mi ha consentito il mio giapponese, mai povero come in questi casi.

Meraviglie

11 agosto, 2008 alle 0:00 | Pubblicato su Esperienze, Narrazione, Pensieri | 2 commenti
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_Oggi_ è stato uno di quei giorni che non si dimenticano. Siamo tornati da Karuizawa in mattinata con lo Shinkansen (che _è_ arrivato alla stazione di Tōkyō Ueno con quattro scandalosi minuti di ritardo) e siamo stati prontamente indirizzati verso i nuovi appuntamenti. Primo, pranzo al Meguro Gajōen (assieme a Carlotta). Secondo, incontro con Yoda-san al Thinkpark di Shinagawa (da solo). Sono più impegnato di un capo di stato in visita ufficiale. Continue Reading Meraviglie…

Japanese inside?

10 agosto, 2008 alle 0:03 | Pubblicato su Pensieri | Lascia un commento
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Stasera abbiamo guardato un incontro olimpico di Badminton doppio femminile (esiste anche il Badminton doppio femminile) fra Danimarca e Giappone. Dopo una sfida agguerrita, degna di una finale, le giapponesine Ōgura e Shiota si sono imposte per 3 game a 2. Durante la partita, mi sono accorto di tifare apertamente per il Giappone. Il che non è poi molto strano (non ho mai avuto particolare interesse per la Danimarca, mentre il Giappone è il Giappone). La cosa strana, però, è che le danesi mi stavano (ingiustamente) antipatiche in quanto non giapponesi. Mi sembravano insipide, anonime, straniere. Abituato a vedere soltanto visi orientali, e ad osservare e a riprodurre atteggiamenti e comportamenti orientali, sto cominciando a considerare l’Oriente come la norma e l’Occidente come l’antitesi alla norma. Di questo passo, prima di partire sarò arrivato a pensare anche a me stesso come a un misero gaijin, un “uomo-di-fuori”…

Preoccupante.

Il tempio della buona luce

10 agosto, 2008 alle 0:00 | Pubblicato su Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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È la principale attrattiva di Nagano, a solo un’ora e venti di treno da Karuizawa. Il nome Zenkōji vuol dire in realtà “tempio di Yoshimitsu” [i due caratteri 善光, “buono” e “luce”, hanno come al solito due possibili letture, yoshi-mitsu (alla giapponese) e zen-kō (alla cinese)]. Yoshimitsu, secondo la leggenda, era un sant’uomo che recuperò in modo miracoloso la “triade dorata”, un’insigne immagine buddista, dal canale in cui era stata gettata. Continue Reading Il tempio della buona luce…

I signori Harada

9 agosto, 2008 alle 0:02 | Pubblicato su Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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Mi stanno proprio simpatici, tutti e due. Lui parla un tipico inglese di Tōkyō, quasi del tutto privo di forme verbali coniugate. Lei sorride con occhietti piccolissimi e si adatta docilmente ai saliscendi del mio incerto giapponese. Non ci fanno mancare nulla. Insistono pervicacemente per offrirci qualsiasi cosa. A pranzo la signora ci ha preparato il sōmen (un’altra novità: spaghettini sottili serviti in una ciotola di ghiaccio, da intingere nell’immancabile salsa di soia mescolata a wasabi). A cena invece ci hanno portato al ristorante cinese (dove io ho mangiato più di tutti, in modo quasi plateale). Dopo cena, abbiamo seguito assieme il riassunto televisivo delle gare olimpiche di jūdō, commentando tanti piccoli dettagli banali con abbondanza di sorrisi reciproci (come succede sempre quando si parla con uno straniero in una lingua che non è la propria). 

Alle nove il povero signor Harada era stanco morto (ha guidato tutto il pomeriggio) e si è addormentato sul divano. Sembrava un bambino. Si è svegliato solo per pochi istanti e ha esclamato: nemutaku natte kichatta yo, cavolo, mi è venuto sonno. Poi si è addormentato di nuovo.

Omikuji

9 agosto, 2008 alle 0:01 | Pubblicato su Esperienze, Narrazione, Pensieri | 2 commenti
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Nel parco sulle pendici del monte Asama, in mezzo ai blocchi di magma solidificato che qui chiamano oni-oshidashi (“ciò che è stato spinto fuori dalle potenze malvagie”) c’è un piccolo tempietto dall’allegro nome di Kan’ei-ji, il tempio della pace eterna. È tradizione che chi arriva suoni un colpo di campana verso la montagna. Poi, come in altri templi buddisti, si può ottenere un omikuji in cambio di una piccola offerta. L’omikuji è una strisciolina di carta con scritto un presagio: se è buono, lo si porta con sé; se è cattivo, lo si lascia al tempio, nella speranza che le preghiere lo neutralizzino.

Carlotta ed io abbiamo preso un omikuji a testa. Harada-san li ha letti per noi e ci ha spiegato che nel complesso erano entrambi positivi, anche se con qualche distinguo. A quanto pare, vivo un periodo abbastanza sereno, ma la vera pace arriverà solo fra un certo tempo.

Anche se non credo ai presagi, non ho potuto fare a meno di pensare che saprò godere appieno di questa vacanza in Giappone solo quando sarà finita e potrò finalmente rivedere chi amo. Solo allora avrò la vera pace, e potrò raccontare tutto con la mia viva voce. Quando ci penso, ho l’impressione che venire in Giappone da solo sia stato un po’ come partire lasciando a casa gli occhi o le braccia. Un errore che non commetterò più.

I fiori di fuoco

7 agosto, 2008 alle 0:02 | Pubblicato su Esperienze, Narrazione, Pensieri | 5 commenti
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Questa è stata forse la serata pù bella da quando sono qui. Siamo andati a vedere gli hanabi, i fuochi d’artificio (letteralmente: fiori-fuoco), rinnovando una tradizione secolare ancora molto sentita.

È successo tutto in fretta. Mi ha chiamato Tanaka-san, la host-mother di Carlotta, dicendomi che loro ci andavano e chiedendomi se volevo andare anch’io; ho risposto di sì, perché no; lei mi ha chiesto dove mi trovavo; a Mitaka, sto andando a Gotanda per tornare a casa; bene, allora fatti trovare al più presto davanti alla stazione di Gotanda e quando sei lì telefona a Kanō-san, ecco il suo numero. – (Kanō-san? e chi è questo? ne salta sempre fuori uno nuovo.) Ho fatto come mi è stato detto. Kanō-san è arrivato, mi ha stretto la mano e mi ha praticamente spinto in un negozio di kimono perché ne scegliessi uno da comprare all’istante. Lo stesso avevano fatto anche con Carlotta. È un regalo. Offre il Rotary. Continue Reading I fiori di fuoco…

Giapponesi

6 agosto, 2008 alle 0:01 | Pubblicato su Esperienze, Pensieri | Lascia un commento
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Questa sera alla stazione di Maihama c’era una calca pazzesca. Non è la prima volta che mi ci trovo in mezzo. In questi casi, i singoli individui (me compreso) sembrano perdere la loro identità e consolidarsi in qualcosa di più grande e potente, che si muove come un’onda e invade ogni spazio possibile, rimbalzando sulle pareti e aggirando gli ostacoli. Non è una cosa che riesco a sopportare a lungo.

Per fortuna, a Shinkiba ho cambiato treno. Sul nuovo treno per Ōsaki non c’era quasi nessuno. Guardando le poche persone attorno a me, ho pensato che i giapponesi sono davvero un popolo compatto, uniforme, efficiente. Un popolo unico al mondo, un blocco unito e privo di scalfitture nel vasto edificio dell’umanità. Non so perché mi è venuta quest’idea, ma non voglio cercare di razionalizzarla a tutti i costi.

Ho assistito a due scene diverse ma in qualche modo complementari: un padre che cercava di rialzare la testa alla figlioletta addormentata nel passeggino, per farle trovare una posizione più comoda, e un uomo d’affari mezzo ubriaco che per tre volte, ciondolando dal sonno, ha appoggiato involontariamente la testa sulla mia spalla. 

La vita umana è anche in queste cose.

Punto di saturazione

5 agosto, 2008 alle 0:05 | Pubblicato su Pensieri | 2 commenti
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Strano a dirsi, dopo solo sei giorni, ma ho l’impressione che il mio cervello si stia saturando. Non me l’aspettavo. È come se cominciasse a chiedermi un po’ di tregua per rielaborare la gran mole di sensazioni che è stato costretto ad assorbire fino ad oggi. Purtroppo non posso concedergliela, perciò dovrà adattarsi. Sono curioso di vedere che cosa succederà. Potrei scoprire che gli strati più profondi di me sono troppo intrinsecamente occidentali per riuscire a tollerare dosi massicce di Giappone tutte in una volta. Oppure potrei scoprire, superato il punto critico, che sto cominciando davvero a giapponesizzarmi. Per il momento, entrambe le possibilità mi sembrano aperte. (Mi auguro che l’eventuale giapponesizzazione sia comunque reversibile…)

Un’altra cosa che non mi aspettavo era che il mio giapponese peggiorasse anziché migliorare. In questi ultimi giorni ho avuto davvero l’impressione di parlare come un bingo-bongo. Spero che si tratti soltanto di una maggiore consapevolezza: può darsi che non sia davvero peggiorato, ma semplicemente che mi accorga soltanto adesso degli errori che facevo anche prima. Staremo a vedere. È anche vero che quando sono tranquillo e rilassato e ho fiducia nella benevolenza dei miei interlocutori riesco a parlare in modo accettabile. Chiederò esplicitamente che mi correggano quando sbaglio. Voglio migliorare a tutti i costi. 

Il treno

5 agosto, 2008 alle 0:04 | Pubblicato su Esperienze, Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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Sfatiamo la leggenda che gli orari dei treni in Giappone tengano conto anche dei secondi: non so da chi l’ho sentito, è una cazzata. (Forse vale per la metropolitana di Tōkyō, non ne ho idea.) Ciò detto, il fatto che i treni siano puntuali e organizzati alla perfezione è assolutamente vero. Tornando da Kashiwazaki, ho avuto paura di non riuscire a beccare una coincidenza ed ero già in fibrillazione. Ho chiesto delucidazioni al capotreno e lui mi ha indicato l’orario come se fosse una legge fisica universale: alle 17.47 questo treno sarà a Nagaoka, in tempo per lo Shinkansen (il treno ad alta velocità) delle 18.00, diretto a Tōkyō. Punto. E infatti è andata proprio così.

Il tratto Kashiwazaki-Nagaoka è bellissimo, tutto fra le colline e le risaie. Al ritorno avevo vicino un’anziana signora con lo yukata e quattro studentesse in divisa, che hanno chiacchierato e riso tutto il tempo coprendosi la bocca con la mano. Una scena vista mille volte nei manga che diventava reale sotto i miei occhi.

茶の湯

5 agosto, 2008 alle 0:03 | Pubblicato su Esperienze, Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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Cha no yu, l’acqua calda per il tè. Oggi pomeriggio ho assistito un’altra volta alla preparazione di un tè tradizionale, in un contesto molto più piacevole e meno turistico. Come ho già scritto, Kuroda-san mi ha portato al museo del tè di Kashiwazaki, che è molto vicino a casa sua. Continue Reading 茶の湯…

Risveglio

5 agosto, 2008 alle 0:00 | Pubblicato su Esperienze, Pensieri | Lascia un commento
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In Giappone dormo meno che in Italia. Vado a letto sempre tardi per riuscire a scrivere tutto quello che mi è successo durante la giornata, e la mattina mi alzo sempre presto per poter fare più cose possibile. Ieri, quando ho fatto il check-in qui all’hotel Raion, mi hanno chiesto a che ora volessi fare colazione. Kuroda-san ha domandato al receptionist quando aprisse il ristorante. Shichi-ji desu, alle sette. Io ho detto allora che alle sette e mezza mi andava bene. Ho subito pensato: sette e mezza?! Ma che cazzo sto dicendo? Purtroppo, ormai era fatta. Non ho avuto la prontezza di correggermi subito e mi sono rassegnato. Sono piuttosto timoroso quando si tratta di alterare il funzionamento del meccanismo organizzativo nipponico con ripensamenti e altre richieste particolari. Non importa. Alle sette e mezza spaccate di stamattina mi sono presentato al ristorante Ran-?-? (sono riuscito a leggere solo un ideogramma su tre) e ho consumato la mia magra colazione in silenzio, con gli occhi persi nel vuoto.

Gli attimi dopo il risveglio sono sempre un po’ problematici. Anche in Italia non sono mai di ottimo umore la mattina appena alzato. Qui è peggio. Quando apro gli occhi, nella mia mente scorrono sempre gli stessi pensieri, nell’ordine: sono sveglio; sono in Giappone; oddio sono in Giappone; aiuto. Dev’essere un riflesso spontaneo del cervello. Quell’oddio e quell’aiuto racchiudono tutta la difficoltà quotidiana di farsi capire in una lingua ostica e di adattarsi a regole che spesso non capisco fino in fondo. 

Ma per fortuna passa presto. Mezz’ora dopo il risveglio sono di nuovo contento di essere in Giappone e pronto a qualsiasi nuova esperienza.

Sea-Youth 雷音 Hotel

4 agosto, 2008 alle 0:02 | Pubblicato su Esperienze, Narrazione, Pensieri | 2 commenti
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È qui che passerò la notte. È un hotel pulito ed onesto di fronte alla spiaggia. I due ideogrammi nel nome si leggono come la parola raion (“leone”) ma vogliono dire invece “rombo di tuono”. (Speriamo non ci siano sorprese durante la notte.)

In questo hotel non c’è il bagno in camera: questo significa che si fa il bagno tutti insieme in una grande vasca. L’idea mi preoccupava un po’, lo confesso, ma la regola è che finché sto qui devo comportarmi al cento per cento come un giapponese, quindi bando alle ciance. A che ora chiude il bagno? Alle undici. Perfetto. Mi sono presentato alle undici meno dieci; il custode ha ridacchiato e mi ha detto che potevo rimanere tranquillamente fino alle undici e un quarto. 

Non c’era nessuno. Missione compiuta. Ho avuto quindici metri quadrati di vasca con idromassaggio bollente tutto per me. E nessuno ha visto le mie pudenda. 

Immerso in quel brodo, ho avuto quasi l’impressione che l’anima mi si staccasse dal corpo e volasse in qualche posto beato per non ritornare mai più.

Altre possibili descrizioni di Tōkyō

3 agosto, 2008 alle 0:04 | Pubblicato su Pensieri | 2 commenti
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Tōkyō somiglia a un tessuto. Si estende indefinitamente in tutte le direzioni ed ogni suo punto è sostanzialmente indistinguibile dagli altri. Roma non sarebbe la stessa se Via della Conciliazione fosse spostata di fronte alle terme di Caracalla e il Colosseo venisse scambiato con lo Stadio Olimpico. Per Tōkyō questo non vale. I vari quartieri potrebbero essere rimescolati come le tessere del gioco dei quindici e tutto sarebbe sostanzialmente immutato – ovvero, non ci sarebbe alcun modo di ricostruire la successione corretta. 

Tōkyō è come un immenso casellario. La parte non sottintende il tutto. Il tutto è prodotto dalla semplice accumulazione delle parti. Tōkyō è un insieme di scatole che contengono scatole che contengono scatole. I condomini somigliano spesso a portapenne o a tubetti di medicinali; danno l’impressione di essere pensati per stipare in modo quanto più razionale una grande quantità di oggetti.

Certi angoli di Tōkyō sembrano lontanissimi da Tōkyō. Nel ventre di Tōkyō c’è spazio, c’è silenzio, c’è pace. Questa stanza, per esempio: il magnifico living di casa Furuya immerso nella notte, illuminato dalle lampade. Se non fosse per un rumore attutito dalla strada, lo si potrebbe facilmente immaginare sospeso nello spazio siderale. Lo si potrebbe facilmente immaginare come l’unica cosa esistente in tutto l’universo, uno spazio chiuso privo di un qualsiasi lato esterno.

Tutti gli ambienti, a Tōkyō, sembrano avere soltanto un lato interno. Tōkyō stessa, vista da dentro, sembra infinita, senza uscita. Il labirinto perfetto.

Questioni di etichetta

3 agosto, 2008 alle 0:03 | Pubblicato su Pensieri | 4 commenti
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In giornata, Furuya-san mi ha aiutato ad organizzare la gita a Kashiwazaki. Diciamo che ha fatto tutto lui. Ha prenotato l’albergo e il treno, ha contattato il mio punto di riferimento Kuroda-san via e-mail e via cellulare ed è arrivato a lasciargli quattro messaggi nella segreteria telefonica per assicurarsi che venga a prendermi in stazione domani, all’ora prefissata. In più, mi ha prestato la sua macchina fotografica.

Si pone un problema: che cosa porto a Kuroda-san? Dopo una breve discussione, i signori Furuya mi hanno detto che non serve che porti nulla. Basta un biglietto di ringraziamento (e magari un piccolo pensiero) quando torno. Mi hanno consigliato eventualmente di pagare la mia parte se mangiamo fuori (e fin qui nulla di strano); se poi Kuroda-san insiste per pagare tutto lui, devo rifiutare l’offerta al massimo per due volte, e poi accettare. Mentre mi dicevano queste cose mi sentivo sempre più in imbarazzo: finora, da quando sono qui, mi hanno offerto praticamente tutto in nome dell’amicizia fra rotariani, e i miei tentativi più o meno maldestri di rifiutare non hanno mai rispettato l’etichetta prevista. Ho provato a fargli capire la mia preoccupazione; mi hanno detto di non preoccuparmi.

Il che pone un nuovo, interessante quesito: mi dicono di non preoccuparmi perché effettivamente non devo preoccuparmi, oppure si aspettano che per educazione io continui a preoccuparmi? O magari che mi preoccupi per due volte di seguito, e poi accetti di buon grado di non preoccuparmi?

Pomeriggio con i signori Furuya

3 agosto, 2008 alle 0:02 | Pubblicato su Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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Comincia con la classica domanda: “Guido-kun wa kyō no gogo, nani wo shitai desu ka?”, che vuoi fare oggi pomeriggio? Continue Reading Pomeriggio con i signori Furuya…

Hādo sukejūru

2 agosto, 2008 alle 0:00 | Pubblicato su Esperienze, Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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Il titolo è la traduzione in Japlish di hard schedule. Si capisce, no? Oggi io e Carlotta avevamo in programma due cose importanti: la visita guidata di Tōkyō in autobus (assieme ad altre decine di turisti occidentali) e un welcome party a casa di Furuya-san. Il giro in autobus è stato un perfetto esempio di turismo alla giapponese: moltissime tappe in pochissimo tempo. L’impressione è che volessero farci vedere Tōkyō una volta per tutte, in modo da non doverci più pensare in futuro. Continue Reading Hādo sukejūru…

La prima passeggiata. Da solo

1 agosto, 2008 alle 0:01 | Pubblicato su Narrazione, Pensieri | 3 commenti
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Sasage-san, kyou no gogo sanpō ni itte mo ii desu ka?”, posso andare a fare una passeggiata questo pomeriggio?

Mi aspettavo un sì o un no, non certo che si mettesse a spulciare guide e a telefonare a destra e a sinistra per trovare un posto dove farmi andare!

Avrei dovuto immaginarlo. Per un giapponese, l’idea che un turista possa andare a zonzo per la città senza una meta precisa dev’essere semplicemente insensata. Dopo lunghe riflessioni, Sasage-san mi ha consigliato di andare al Tōkyō Teleport (terepōto) di Odaiba, un vasto quartiere commerciale su un’isola artificiale a un quarto d’ora di treno da qui. Ci sono andato. In un modo o nell’altro sono riuscito nel mio intento: passeggiare, pensare, e trovare un po’ di Giappone autentico da fotografare e ricordare. Al ritorno, in un guizzo di serendipità sono sceso dal treno una stazione prima (Ōi-machi anziché Ōsaki). Dopo trecento metri a piedi avevo già perso l’orientamento. C’era un’atmosfera dolcemente malinconica che le luci della sera non facevano che accentuare. Ho sentito nostalgia di casa e al tempo stesso ho sofferto della consapevolezza che non riuscirò mai a vedere tutto e a capire tutto, per quanto possa sforzarmi. Mi sono ritrovato in un angolo di quartiere (nella foto) che sembrava un piccolo paese rurale inglobato dalla grande città, come un pesciolino nel ventre di una balena. Non c’era alcuna speranza di raggiungere Ōsaki a piedi. Ho deciso quindi di ritornare alla stazione di Ōimachi e di fare in treno anche l’ultimo tratto. 

Tōkyō è grande. Tōkyō è anche più grande.

Prime impressioni su Tōkyō

31 luglio, 2008 alle 0:04 | Pubblicato su Pensieri | Lascia un commento
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Tōkyō sembra un frattale. Contiene un’immagine dell’infinito a qualsiasi scala la si guardi. Non è solo la città più grande del mondo, ma è anche la città a più alta definizione del mondo. Le nostre città, monumentali, ordinate, sembrano un po’ indistinte al confronto, se osservate con una risoluzione di qualche metro. Le pareti dei nostri condomini e palazzi sono omogenee, non presentano sorprese, sono fatte per essere fotografate da lontano, vanno bene per le cartoline panoramiche. Tōkyō invece no, Tōkyō è un brulicare disordinato e imprevedibile. Più metti a fuoco e più scopri nuovi particolari dove non te li aspetteresti (viadotti, negozi, ingressi, scritte, luci, cavi, finestre, pali, bidoni, cabine telefoniche). C’è tutto anche da noi, ma non con la stessa varietà e soprattutto senza quello speciale estro nel produrre disordine che qui è la legge. Eppure, Tōkyō è incredibilmente pulita. Niente cartacce, merde di cane, ecc., sembra assurdo solo pensare che possano esserci. Tōkyō pare un essere vivente, ma – almeno per il momento – non mi fa paura.

Luoghi comuni (confermati) sul Giappone

31 luglio, 2008 alle 0:03 | Pubblicato su Pensieri | Lascia un commento
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I giapponesi sono tanti. I giapponesi sono gentili. I camerieri e i negozianti in special modo. Il ragazzetto emo che ci ha servito a pranzo era tutto un sorriso e un inchino (ne ho ricevuto un incrocio stupefacente di impressioni discordanti). I giapponesi si inchinano, una, due, tre, dieci volte, anche allontanandosi, voltandosi un poco, continuando a camminare, telefonando. I water giapponesi sono i più tecnologici al mondo (e mi piacciono).

日本にいます。

31 luglio, 2008 alle 0:00 | Pubblicato su Pensieri | Lascia un commento
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Nihon ni imasu. Sono in Giappone. 

Sono in Giappone! Non mi sembra vero.

Fino all’ultimo ho temuto che potesse succedere qualcosa che mi impedisse di arrivare fin qui. Cose come perdere il portafoglio o il passaporto o sbagliare aereo ecc. ecc. Tutto è possibile. E invece ce l’ho fatta. Sono proprio in Giappone. Mi sento come il salmone che ha risalito la corrente e che ignora il motivo che lo ha spinto a farlo, ma che è contento di averlo fatto e che sa di aver fatto la cosa giusta, che è quello il posto in cui doveva andare.

Sono qui, per un mese. Qualsiasi considerazione generale è un po’ prematura, ma sicuramente in questo momento sono felice di essere qui.

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