Dove sono finito?

21 agosto, 2008 alle 0:00 | Pubblicato su Uncategorized | 2 commenti

Oggi ho partecipato a un kaigi, e ne sono uscito vivo. Sono ancora un po’ confuso. Andiamo con ordine. Le scorse settimane, come ho già raccontato, sono stato diverse volte all’Osservatorio Nazionale di Mitaka e ho conosciuto un bel po’ di gente. Ci sono tornato anche oggi e ho incontrato Kawakatsu-san (un giovane ricercatore che ha fatto il dottorato alla SISSA di Trieste) e Fujii-sensei, un noto fisico teorico che avevo già conosciuto a Trieste due anni fa. (Sto perdendo il conto, fra tutti questi san e sensei). Uno dei professori dell’osservatorio (tale Sekiguchi) mi ha contattato qualche giorno fa per propormi di partecipare a una non meglio specificata “riunione”, il kaigi, appunto. Sekiguchi-sensei si occupa dell’accoglienza ai ricercatori stranieri, quindi ho pensato che la cosa potesse interessarmi. Mi ha detto di presentarmi oggi nel primo pomeriggio allo Shūwa-Kamiyachō Building di Tora-no-mon, dove ha sede l’Istituto Nazionale Giapponese di Scienze Naturali (NINS). Sono andato.

Quando ho visto il posto, hanno cominciato a sudarmi le mani. Un palazzone di venti piani in pieno centro con servizio di security e pass all’ingresso. Sekiguchi è scerso a prendermi, mi ringraziato di avergli concesso il mio tempo (?), ha firmato l’autorizzazione per farmi entrare, mi ha portato il secondo piano e ha cominciato a presentarmi a una sfilza di colleghi. Poi mi ha affidato alle cure di Ms Leslie, una canadese che (immagino) è qui in Giappone già da un po’ e lavora per il NINS. Mi ci è voluto un bel po’ per capire che cosa stesse succedendo. Non si trattava di un semplice incontro pour parler, ma di un seminario vero e proprio in cui io ero l’ospite di eccezione. L’argomento era (più o meno) “come accogliere nel modo migliore i ricercatori stranieri che vengono a lavorare in Giappone”. Ms Leslie (sorridentissima e con la tendenza a fissarti negli occhi un po’ troppo insistentemente) mi ha sottoposto una lista di questioni potenzialmente problematiche per uno straniero in Giappone e mi ha chiesto di espanderla e adattarla in base alla mia esperienza. Ho cercato di farlo. Dopo qualche minuto il kaigi ha avuto inizio.

I partecipanti erano circa una dozzina, seduti attorno a un tavolo a semicerchio, ciascuno con il proprio nome scritto su un cartellino come alle riunioni dell’ONU. Sekiguchi-sensei ha tenuto il discorso di apertura: trenta minuti esatti di giapponese purissimo, che Ms Leslie mi ha aiutato a decrittare sussurrandomi all’orecchio qualche scampolo di traduzione. Al termine dell’intervento i partecipanti sono stati invitati uno ad uno a commentare quanto detto. I commenti erano ancora più incomprensibili del discorso del prof. Sekiguchi. Ho chiesto allarmato a Ms Leslie: Am I expected to talk as well? Mi ha risposto Probably not. Si sbagliava. 

Per farla breve: ho dovuto dire la mia. Ho dovuto commentare in giapponese (e senza alcuna preparazione) un discorso che avevo capito solo per sommi capi. Come si può immaginare, non ho parlato molto. Quando non ce l’ho fatta più, sono passato all’inglese. Ms Leslie mi ha dato una mano, e incredibilmente non è andata neanche tanto male.

Secondo me, ho cercato di dire, il problema principale per uno straniero che viene a lavorare qui è riuscire a farsi degli amici. Riuscire a costruirsi una vita anche fuori del lavoro. In un posto così lontano (in tutti i sensi) non è pensabile di poter resistere da soli. Tutte le questioni burocratiche vengono in un secondo momento. Però, ho aggiunto, se si parte da un desiderio reciproco di capirsi e di venirsi incontro (da un punto di vista sia culturale sia linguistico), il divario si può superare.

Mi ha sorpreso molto scoprire che i giapponesi sono così interessati a facilitare la vita agli stranieri in visita. È il contrario di quello che comunemente si pensa. Eppure, non è una cosa poi tanto strana: di solito, i giapponesi sono interessati a capire la nostra cultura ben di più di quanto noi siamo interessati a capire la loro. (Non lo dico perché sono nipponofilo, è un dato di fatto.) Mi hanno chiesto (per l’ennesima volta da quando sono qui) il motivo di tutto questo mio amore per il Giappone. Ho dovuto rispolverare la vecchia storia un po’ stupida di Holly e Benji e spiegare come una passione infantile per i cartoni animati sia pian piano maturata in un interesse più ampio per tutta la cultura giapponese, un interesse che io stesso faccio fatica a spiegarmi razionalmente. Strano a dirsi, hanno preso sul serio questa risposta (che effettivamente è sincera). Mi sono fatto l’idea che il modo migliore per ottenere la simpatia dei giapponesi sia prenderli sul serio tanto quanto loro prendono sul serio noi. Mostrare interesse nei loro confronti, adattarsi a loro è uno strumento potentissimo per farsi accettare. E non è poi così difficile.   

Dopo il seminario (che è durato quasi due ore) mi hanno invitato ad unirmi al rinfresco. Ovviamente ho accettato. Quando è arrivato il momento di andarmene mi hanno salutato come se sicuramente dovessimo rivederci entro breve.

– Il che non è per niente detto. Anzi.

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2 commenti »

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  1. Ciao Guido, leggiamo quotidianamente il tuo blog, è veramente interessante, quello che piace di più, è in ogni caso l’assiduità fino alla minuziosa descrizione di ogni evento, quasi sembra di viverlo in remoto.

    Ciao da antonio e Maria Rosa.

  2. @pasc8

    Grazie mille! Cerco di essere più dettagliato possibile perché succedono così tante cose che è facile dimenticarsene, e io voglio ricordare tutto!
    Comunque ormai manca poco…
    A presto!
    Guido


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