Tōkai-mura

13 agosto, 2008 alle 0:00 | Pubblicato su Uncategorized | Lascia un commento

Sto diventando un esperto in centrali nucleari. Oggi ne ho visitata un’altra, a Tōkai-mura (“il villaggio (mura) del mare occidentale”, a centotrenta chilometri da Tōkyō, sul Pacifico), assieme Yoda-san e Honda-san, i due body-guard di oggi. Abbiamo preso il rapido da Ueno a Mito (dove c’è un bel Toshōgu, un altare Shintō dedicato a Tokugawa Ieyasu), e poi il regionale fino a Tōkai*. Ancora risaie e campi e boschi e fiumi e laghi e splendido Giappone rurale. Peccato che in questi giorni milioni di giapponesi si stiano muovendo per andare a festeggiare in famiglia la festa dell’O-bon (il ricordo degli antenati), e che il treno fosse pieno come un uovo. Ci siamo fatti un’ora di viaggio tutta in piedi. – Comunque sia. La centrale di Tōkai è molto grande e ha il pregio di essere associata a un impianto per il riciclaggio del materiale fissile, che può quindi essere reimpiegato (con una notevole riduzione delle scorie). – Ma queste sono cose che interessano solo a me, probabilmente. Forse è più interessante ricordare che nove anni fa all’impianto di Tōkai c’è stato un brutto incidente (il terzo più grave di sempre), dovuto a un errore umano evitabilissimo, e che sono morte due persone. Ebbene, il problema è stato risolto, i responsabili sono stati puniti, ora l’impianto funziona e nessuno fa mistero di quello che è successo, anzi, esiste una sezione apposita del Museum of Atomic Science in cui anche i bambini possono conoscere tutta la storia. In questo modo si evita di trasformare un incidente in uno spauracchio e si fa tesoro dell’esperienza per l’avvenire. Quanto dovremmo imparare.

Yoda-san e Honda-san sono due tipi molto alla mano (come tutti, del resto, e garantisco che è simpatia sincera, non istituzionale) ed è stato divertente andare in giro con loro. Yoda-san ride come un matto per piccole cose, ed è un contegno che non ci si aspetterebbe da un minuto signore di mezz’età nella sua posizione. Mi piace. Stasera mi ha portato a mangiare l’anguilla nel quartiere di Shin-bashi (buona, ma non eccezionale); a pranzo, invece mi ha consigliato un ni-shaku-don (scodella di riso “due colori”), che conteneva, oltre ad un normale sashimi di branzino, tante piccole uova crude di non so quale bestia marina, di color rosso fuoco, dall’indefinibile sapore dolciastro. 

Cose che bisogna (almeno) provare.

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*  Mi accorgo solo adesso che si chiama come il vino. Chissà gli ungheresi come la prenderanno.

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