Pomeriggio con i signori Furuya

3 agosto, 2008 alle 0:02 | Pubblicato su Narrazione, Pensieri | Lascia un commento
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Comincia con la classica domanda: “Guido-kun wa kyō no gogo, nani wo shitai desu ka?”, che vuoi fare oggi pomeriggio?

Da noi, la risposta più educata sarebbe: quello che preferite voi. Un ospite non si mette certo ad avanzare richieste particolari. Ecco, una risposta di questo tipo in Giappone non funziona. Li manda in crisi. Si mettono ad almanaccare decine di possibilità cercando di capire dalle tue reazioni quale possa essere la migliore. Per semplificare le cose, oggi ho detto: mi piacerebbe andare in libreria. Eravamo in tre, io, il signore e la signora Furuya, a bordo della Maserati n. 2 (il parco macchine di famiglia comprende anche una Maserati n. 1, una Jaguar e una Lancia Prisma che sembra un po’ la figlia della serva, ma a quanto pare “è divertente da guidare”). Vada per la libreria, dunque. In precedenza, avevo espresso il desiderio di vedere Shibuya o Shinjuku, ma Furuya-san non sembrava tanto dell’idea (troppa gente, troppo casino).

Risultato? Mi hanno scarrozzato in giro per Tōkyō per tre ore ininterrotte. Abbiamo visitato in macchina i quartieri di Roppongi, Harajuku, Shinjuku (effettivamente pieni di gente e di casino), Kabuki-chō, Kasumi-ga-seki e Chiyoda (abbiamo fatto il giro completo del giardino imperiale, impiegandoci circa un quarto d’ora). La signora Furuya ha chiesto poi di fermarsi per comprare il pane (duemila quattrocento yen – circa quindici euro – per quattro briosce e quattro pagnotte), e alla fine mi hanno riaccompagnato a casa, dicendo qualcosa come: “Ci piacerebbe andare a cena a Shibuya, ma visto che domani mattina dobbiamo alzarci presto e che a casa abbiamo già qualcosa di pronto, se a Guido-kun non dispiace…” [al che mi sono affrettato a rispondere daijōbu desu, va benissimo così, tanto più che era avanzato dell’ottimo chirashi-zushi (insalata di riso e pesce crudo)]

Della libreria, neanche l’ombra.

Ma è stata comunque una bellissima giornata. A tavola, a pranzo e a cena, abbiamo riso e scherzato raccontandoci le particolarità delle rispettive culture. (C’era anche la madre del signor Furuya, che vive qui in casa, una vera sagoma.) Ho insegnato alla signora Furuya a fare il caffè con la moka che le ho portato in regalo (“Esupureso ga daisuki yo”, ha detto, mi piace da matti il caffè espresso). Ho spiegato che a Trieste il caffè non si chiama caffè ma nero. Ho spiegato la differenza di significato della parola volentieri a Trieste e nel resto d’Italia. Devono aver pensato che Trieste è un posto molto strano (e in effetti lo è). Dal canto loro, hanno impiegato un quarto d’ora a sviscerare tutte le possibili sfumature dell’espressione kekkō desu, che significa sia “è buono”, “è proprio O.K.”, sia “sono a posto così”, “basta, grazie”. Discorsi deliziosamente oziosi.

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