Ginza
17 Agosto, 2008 at 0:02 | In Uncategorized | 2 Comments
Pioveva, uffa. Il che vuol dire giro breve e poche foto di qualità scadente. Comunque sono riuscito a visitare anche la Ginza, l’antico quartiere della zecca, la zona che negli anni ottanta era il simbolo di Tōkyō (avete presente la strada con un milione di insegne indecifrabili che di notte si trasforma in una specie di luna park psichedelico? quella). Una mezza delusione. Colpa della pioggia. Ho dato una veloce occhiata al mastodontico teatro kabuki (ma in fretta, per evitare di lavarmi tutto), ho percorso la via principale rasentando i muri e alla fine ho deciso di imbucarmi in qualche negozio, tanto per fare qualcosa*. Sono finito prima all’Apple Store (un internazionalissimo e internazionalmente caro Apple Store) e poi in una strana libreria che è anche sede del Centro Giapponese di Studi Biblici, con un intero piano dedicato ai libri sul Cristianesimo e un sottofondo perpetuo di musiche organistiche.
Unica nota positiva: ho comprato una mappa di Tōkyō risalente al tardo periodo Edo (circa centoquaranta anni fa), una cosa che solo i giappo-nerd dal palato più fine possono apprezzare. Per fortuna sono riuscito a portarla a casa senza che si bagnasse.
Non mi interessa se ieri si moriva di caldo e oggi invece si respirava. Rivoglio il sole.
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* L’ombrello ce l’avevo, ma era un semplice ori-tatami-gasa, un “ombrello-piega-e-arrotola” che non mi copriva per niente.
Shibuya
17 Agosto, 2008 at 0:01 | In Uncategorized | 2 Comments
Continua la mia esplorazione metodica dei quartieri di Tōkyō. Oggi è toccato a Shibuya, la zona dei grandi magazzini. Ero assieme a uno nuovo, giovane, tale Kitagawa-san, e il motivo ufficiale del nostro tour (visto che non si fa nulla senza un motivo ufficiale) era l’acquisto di un kobu-kiri-basami. (Questa ve la spiego quando torno.)
Shibuya è famosa per la statua di Hachi-kō, il buon vecchio Hachi, un cane giapponese che dopo la morte del suo padrone è andato ad attenderlo invano alla stazione tutti i giorni per dieci anni. Dire “troviamoci da Hachi-kō” a Shibuya è un po’ come dire “troviamoci sotto il cavallo” a Portogruaro*. Ovviamente ho fatto la foto di rito, con tanto di segno di vittoria regolamentare**. – A parte questo, non ho visto molto. I tempi erano stretti e Kitagawa-san ha un passo da bersagliere. Mi ha portato a pranzo in un ristorante italiano, “Pizzeria La Soffitta”, dove ho scoperto l’esistenza degli spaghetti all’arrabbiata freddi (di frigo)***. Subito dopo mangiato ci siamo spostati in un’altra zona e, seguendo le indicazioni pescate da internet, siamo riusciti finalmente a trovare il kobu-kiri-basami. Missione compiuta. Tempo di un caffè, e poi dritti a casa.
Passeggiando per la via, ho incontrato uno yakuza. Li riconosci subito: sono iper-tatuati e ti guardano esattamente con lo stesso sguardo che hanno gli yakuza nei film di serie Z. Ho chiesto a mister K., per conferma: gyangu desu ka? Mi ha risposto hai, e l’ha fatto in fretta, come se volesse far finta di non aver visto o sentito nulla.

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* Credo che Portogruaro, opportunamente smontata, entrerebbe comodamente in uno qualsiasi dei depāto di Shibuya.
** No, non la pubblico. È inutile che insistiate.
*** Il menù che si legge nella foto (un solo errore di ortografia, è un record!) è realistico: i giappi mangiano pasta e pizza tutto in una volta. Per fortuna non conoscono la polenta.
Sasage-san – 2
17 Agosto, 2008 at 0:00 | In Uncategorized | 2 CommentsRicorderò a lungo questa donna. Che è capace di parlarmi in giapponese per dieci minuti buoni di prima mattina, mentre sono ancora a letto rincoglionito dal sonno, solo per dirmi che posso dormire ancora un po’. Che alle volte transita per la mia stanza in piena notte per andare in bagno, beccando tutti gli spigoli e bofonchiando strane cose. Che per paura che mi disidrati mi compra decine e decine di bottigliette d’acqua (Tōkyō wa sugoku atsui ne, fa un caldo pazzesco qui a Tōkyō, eh?). Che è sempre preoccupata di mettere assieme sufficienti calorie per la mia prima colazione (le ultime proposte: pane con l’uvetta, gelato al cioccolato, succo di pomodoro, integratore multivitaminico, dolcetti glassati). Che questa sera ha discusso per mezz’ora con Furuya-san i dettagli della mia tabella di marcia (è indispensabile decidere adesso, per filo e per segno, quello che farò fra otto giorni). Che mi interrompe di continuo e cambia anche discorso quando cerco di dirle qualcosa e mi fermo a pensare se è meglio dire kaette kara oppure kaette kite kara oppure kaetta toki wa. Che ancora non ha imparato a dire Carlotta-san e nemmeno Karurotta-san, perciò sperimenta ogni volta uno spelling diverso [karotta-san, kuraretta-san, karu-san, ano Itaria-jin (“quell’italiana”)].
Che mi sorride sul più bello, quando meno me lo aspetto, in modo delizioso. – Il che mi fa capire che mi vuole bene, in fondo in fondo, a modo suo, come anch’io le voglio bene, in fondo in fondo, a modo mio.
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